MammaRoma

Roma, di Alfonso Cuaron è un film davvero interessante. Ma è il più bel film dell’anno?

Rispondere a questa domanda mi riesce davvero difficile. Di sicuro ha già conquistato la critica e diversi premi prestigiosi tra cui Leone d’oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia, il Golden Globe come miglior film straniero e miglior regista ad Alfonso Cuaron e ben 10 candidature all’Oscar, tra cui miglior film e miglior regista. Capisco il motivo per cui la critica americana adori questo film (agli americani piace proprio pensare al resto del mondo come a una manica di “buoni selvaggi”, poveri ma dall’animo nobile) e tutti i suoi oggettivi pregi.

A mio modestissimo parere, però, il film ha anche degli oggettivi difetti, che pur non rovinando l’esperienza del film, secondo me sono stati un po’ troppo ignorati dalla critica. Per questo mi concentrerò, nell’analisi, a descriverli in modo più estensivo dei pregi, su cui invece tante parole sono già state spese.

Nel prossimo paragrafo la trama completa del film completa di SPOILER: si passi all’immagine successiva se interessati solo a un’analisi più approfondita.

Cleo (Yalitza Aparicio)

Città del Messico, quartiere Colonia Roma, 1970. Cleo è una domestica messicana che si occupa, insieme alla sua amica Adela, di gestire la casa di una famiglia medio borghese composta da madre, padre (fedifrago, che esce di scena praticamente subito per rifarsi una vita con la nuova compagna) nonna e quattro ragazzini dell’età compresa tra 7 e 12 anni. Cleo rimane incinta e il suo fidanzato Fermin, affiliato a un gruppo paramilitare dei Halcones, la molla immediatamente e, quando lei lo va a cercare, la minaccia di morte. E’ il 10 giugno 1971 e Cleo è ormai prossima al travaglio quando si trova coinvolta in quello che passerà alla storia come El Halconazo o massacro del Corpus Christi, un attacco terroristico portato avanti proprio dai Halcones durante una manifestazione studentesca, in cui muoiono circa 120 studenti. Cleo si trova avanti proprio Fermin, che la minaccia con una pistola e, per lo choc e la paura, entra in travaglio. Cerca di recarsi all’ospedale il più velocemente possibile, ma la città è totalmente bloccata dal traffico e quando finalmente arriva in sala operatoria, la bambina le nasce morta.

La locandina del film – l’abbraccio a Cleo sulla spiaggia.

Cerca quindi di tornare alla quotidianità, e la donna per cui lavora la invita a fare una gita con i suoi figli, al termine della quale si ritrova a salvare la vita dei due maggiori, che stavano per essere portati via dalle onde del mare. Stremata e avvolta dall’affetto della famiglia che si è precipitata sulla spiaggia, la donna confessa di non aver mai voluto davvero diventare madre. La famiglia torna a casa, che il padre ha provveduto a svuotare delle sue cose, e Cleo torna al suo lavoro.
La vita continua.

La famiglia

Roma è un film ben scritto, ben diretto e ben recitato. Si vede tutto l’amore di Cuaron nel costruire le inquadrature nel modo più perfetto possibile, perché siano il più evocative possibile; la volontà di non tralasciare nulla, anche le cose più triviali; i bellissimi piani sequenza che si susseguono a descrivere gli spazi complessi di questa storia; la bravura dell’intero cast, prima tra tutti Yalitza Aparicio, meritatamente in lizza anche lei per l’Oscar come miglior attrice protagonista.

È un bel film, ma da qui a definirlo il migliore dell’anno…non lo so. Non posso dirlo perché, a dire il vero, di film del 2018 ne ho visti davvero pochi.

L’intento dichiarato di Cuaron, che è anche sceneggiatore del film, era scrivere una lettera d’amore alla donna che lo ha cresciuto e di raccontare un anno nella vita di una persona comune con più realismo possibile. Il punto di vista da cui è narrata la storia segue Cleo, ma stranamente Cuaron non riesce (o forse non vuole) darle una voce vera. È una donna che parla poco, che non si apre, che comunica più con ciò che non fa che con le proprie azioni. È quasi lo stereotipo della donna povera ma forte. Probabilmente questo dipende dal carattere della persona a cui Cuaron si è ispirato, ma secondo me non consente allo spettatore di creare una vera connessione con la protagonista, che segue con troppo distacco.

Al cinema non mancano modi per comunicare stati d’animo anche senza che un personaggio li spieghi ad alta voce o agisca per comunicarli: si usano metafore visive o auditive, un montaggio particolare, chi più ne ha più ne metta. Stranamente però in questo caso le metafore servono quasi esclusivamente per fare un foreshadowing (anche troppo evidente e fastidioso): una per tutte l’immagine dei calcinacci sull’incubatrice dopo il terremoto, subito dopo che la protagonista ha scoperto con certezza di essere incinta.

Alla fine del film, ci si sente come quando un amico ha appena finito di raccontarti quel che è successo a un suo conoscente. La storia è di certo molto interessante, ma rimane un po’ fine a se stessa, perché di fatto, il protagonista non lo conosci. C’è nell’aria quel leggero odore di “Chissenefrega”. Non voglio sminuire la gravità di quel che succede a Cleo: una gravidanza non voluta, l’abbandono da parte di un coniuge e/o di un fidanzato nel vero momento del bisogno, la morte di un figlio. Sono tutte esperienze estremamente traumatiche che io per fortuna non ho mai vissuto. Però si ha come l’impressione di aver ascoltato una storia tanto per riempire il silenzio, di cui domani probabilmente ti sarai già dimenticato.

Tutti i critici di cui ho letto recensioni sottolineano come il film sia una critica alle disparità tra le classi sociali e metta in evidenza le differenze tra lo stile di vita delle domestiche e quello delle famiglie per cui lavorano. In un mondo in cui le disuguaglianze sociali probabilmente si acuiranno, si torna al passato per vedere il nostro futuro. Ma anche da questo punto di vista secondo me non ci viene detto un granché. Prendiamo la padrona di casa, che è il personaggio della famiglia di cui sappiamo di più: si sa che è tirchia perché vuole che le domestiche spengano la luce presto, che all’inizio non si rassegna al fatto che il marito l’abbia lasciata, che sta vicino a Cleo quando scopre che è incinta e che in qualche modo per tirarle su il morale dopo che ha perso la bambina, la costringe ad andare in vacanza con la famiglia. Il film non ne fa un ritratto positivo o negativo, non la dipinge come una persona particolarmente in contrasto con la protagonista. Svelerò qui in piccolo dettaglio personale. Nella mia famiglia c’è chi ha lavorato come domestico per quasi dieci anni, in una famiglia simile a quella del film (esclusi divorzi e disgrazie). Le storie di quotidianità che mi raccontavano di quel periodo della loro vita non sono molto differenti da quelle di Cleo. Non è un lavoro facile, ma è dignitosissimo. E ovviamente chi ti assume ti paga, e vuole che tu faccia il ciò per cui sei pagato. Finisci per diventare, in qualche modo, parte integrante e fondamentale della famiglia, pur rimanendo all’infuori di essa.

Non lo so. Probabilmente il film è solo una lettera d’amore, un racconto personale di cui Cuaron ci ha voluto rendere partecipi. Forse il vero punto di vista è quello del regista stesso, di un bambino che non capisce bene quel che sta succedendo e che lo racconta come lo capisce. È un bene, un suo punto di forza? È un punto di vista parziale, che penalizza il film? Forse si, forse no. Mai come in questo caso si può parlare di un racconto personale, che tocca ogni spettatore in modo diverso.

Voto: 8/10

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Una risposta a "MammaRoma"

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  1. Roma non ha convinto neanche me. Il motivo è molto semplice: a mio giudizio, perché un film sia quantomeno decente, deve avere una storia in cui succede qualcosa. Se invece ci sono interi minuti in cui non succede nulla, a quel punto una noia profonda si impadronisce dello spettatore, e gli fa rimpiangere ogni secondo perso dietro a quel film. Con Roma mi è successo esattamente questo.
    Oltre ad avermi annoiato Roma mi ha anche irritato, e cerco di spiegare perché. Dietro un’apparente semplicità, questo film ha tutta una serie di finezze da cinema d’autore (significati nascosti, citazioni, l’uso del bianco e nero eccetera) inserite dal regista apposta per fare il ruffiano con i critici, per accattivarsi la loro simpatia e ottenere in cambio una carrettata di nomination agli Oscar. Nomination che ovviamente condizioneranno il pubblico, portandolo a credere che si tratti di un gran bel film. Io però la penso diversamente, e ad un film falso e ruffiano come Roma preferisco l’autentica semplicità di film come La famiglia Bélier o Tutto può cambiare, i cui registi magari non avevano neanche l’ambizione di fare un capolavoro, ma a differenza di Cuarón ci sono riusciti davvero.

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