A movieStar is Born

Che dire di questo film. Cominciamo dalla fine. Mi è piaciuto. Se vincesse quest’anno, non sarei stupita e tutto sommato non mi dispiacerebbe.

Ma passiamo alla trama, che anche questa volta contiene spoiler.

Jackson (Bradley Cooper) e Ally (Lady Gaga)

Jackson Maine (Bradley Cooper) è una star della musica rock che, come ogni rocker che si rispetti, ha problemi con alcol e droga, dovuti a un’infanzia difficile e all’acufene, che lo sta portando piano piano a diventare sordo. Dopo l’ennesimo concerto, finisce per sbaglio in un drag bar dove assiste all’esibizione di Ally (Lady Gaga), ex cameriera che tenta di sfondare da anni nel mondo della musica senza successo. Jack la invita a passare la notte insieme e scopre che la ragazza, oltre ad avere una gran voce, scrive anche le proprie canzoni. Il giorno dopo la invita ad un suo concerto e i due si esibiscono in un duetto più o meno improvvisato di una canzone scritta da Ally la sera prima: è un grande successo di pubblico e Jackson la convince a seguirlo in tour. I due hanno modo di conoscersi meglio e l’attrazione iniziale si trasforma in un rapporto stabile, fino a che finiscono per sposarsi. Visto il successo che ha con il pubblico di Jackson, Ally viene scritturata da un agente, che comincia a creare per lei un’immagine diversa, poco autentica agli occhi scettici del marito. Come la fama di lei aumenta, la salute di lui peggiora e la depressione trascina Jackson in una spirale di alcol e droga. Si presenta ubriaco alla cerimonia dei Grammy e quando Ally sale sul palco per ricevere il premio come miglior artista emergente, lui la segue barcollando e se la fa nei pantaloni, umiliandola davanti al mondo intero. Dopo aver trascorso qualche mese in una clinica per la riabilitazione, viene accolto a casa da una Ally un po’ fredda e super concentrata sulla propria carriera e dal suo manager, che, rimasto solo con lui, lo convince di essere un peso per l’immagine della moglie e che lei sia sul punto di chiedergli il divorzio. Rimasto solo, Jackson si suicida. Dopo un periodo di disperazione, Ally gli dedica un concerto, in cui canta per la prima volta l’ultima canzone scritta da lui e confessa di non aver mai smesso di amarlo.
La vita continua, the show must go on.

Gaga/Ally in tutto il suo splendore

C’è poco da dire, It’s a safe bet.
E’ un film competente, ben fatto, ma che non presenta temi controversi, scottanti o quotidiani: quante volte ancora Hollywood ci proporrà la storia del genio maledetto, di come la fama ti cambia, di come anche i ricchi piangono, Dio solo lo sa. Non per nulla, questo è il terzo (TERZO!!!!) remake di un film del 1937.
Ha due protagonisti estremamente credibili, che hanno una buona chimica: contro ogni previsione Lady Gaga oltre a saper cantare sa anche recitare, e Bradley Cooper oltre a saper recitare sa anche cantare. Go figure.
La regia è competente, si concede pochissime inquadrature particolari ed effetti artistici, non si perde i flashback o forward e, a parte la scelta di terminare le scene un po’ all’improvviso, si nota poco (Se vince l’Oscar per miglior regia…forse mi girano.)

Niente di nuovo sotto il sole insomma. L’unica cosa interessante, che però a dire il vero il film accenna soltanto, è come lo star system cambi gli artisti. Questo perché forse A star is Born, nonostante il titolo, è più focalizzato sulla stella morente che su quella che sta nascendo, ed è narrato più dal suo punto di vista. Della trasformazione “pop” di Ally vediamo le prove estenuanti delle inutili coreografie, lo sfarzo degli abiti che diventano via via più elaborati e il progressivo cambio di colore dei capelli di Ally che è in qualche modo specchio della sua autenticità (è mora nel drag bar, colore che si lava via per poi tornare alla sua vita normale; ha il suo colore naturale quando canta con Jackson, come simbolo della sua autenticità; si tinge di arancione quando diventa famosa, simbolo di un’immagine costruita e “falsa”; torna al suo castano, leggermente più scuro, dopo la morte del marito, per cercare di ritornare ad essere se stessa senza riuscire del tutto) Viene quasi spontaneo fare il paragone tra Ally e Lady Gaga, e viene da chiedersi se con qualche battuta di questo film non si sia voluta levare qualche sassolino dalla scarpa (i commenti sul naso e l’aspetto fisico, sulle ballerine imposte, sul look eccessivamente stravagante ecc.). Chissà. Di pregio c’è che, non soffermandosi troppo su questo aspetto, non gli dà necessariamente una connotazione né positiva né negativa, ma lo presenta per quello che è: un processo obbligatorio.
Ad essere connotato in modo eccessivamente negativo è il manager di Ally, che sembra il villain scritto male di un film Disney, un misto tra
Madre Gothel di Rapunzel e Hans di Forzen.

Non so perché, ma se devo fare una vera critica a questo film, l’unico pezzo che secondo me non funziona è proprio quello che criticano tutti, ma per un motivo diverso. Incredibile ma vero, c’è gente in America che ha riletto il momento in cui Jackson invita Ally a cantare con lui per la prima volta “costringerla” a salire sul palco in chiave metoo. Dicono che lui le fa una violenza, perché non glie l’ha chiesto prima e le “ruba” la canzone. Io sono un po’ allibita da chi banalizza così a cuor leggero un argomento come la violenza sessuale, ma a quanto pare è un’opinione tutta mia.
Comunque sia, il mio problema con quella parte del film, che ho in realtà con tutti i musical, è un altro: non è possibile che la gente cominci a cantare una canzone mai sentita prima e che tutti conoscano musica e parole. Che cazzo. Mi sono dovuta andare a ricontrollare la trama su wikipedia perché pensavo di aver capito male. E invece no: lei improvvisa la canzone la sera prima in un parcheggio, lui il giorno dopo l’ha già arrangiata e ha scritto una strofa in più, e lei riesce a cantare il ritornello insieme a lui senza mai averla provata prima. Complimenti.
Ah, e poi un’altra cosa: Bradley Cooper, apri la bocca quando parli che ti mangi tutte le parole e io non capisco una mazza. Fantastici soprattutto i dialoghi con Sam Elliot (che interpreta il fratello di Cooper), in cui se lo guardi in inglese senza sottotitoli, è meglio piangere.

Cooper e Elliot, in quella che è di sicuro una scena emozionante, se avessi capito qualcosa di quello che dicevano.

Sciocchezze a parte, alla fine del film mi è anche scesa la lacrimuccia. Come ho già scritto, se questo film dovesse vincere non mi stupirei e non mi dispiacerebbe. Detto questo, a vincere sarebbe il terzo remake di una storia vista e rivista, che non aggiunge niente di nuovo a un tema che ormai conoscono tutti.
L’ennesima storia d’amore tragica nell’ambiente dello star system a vincere l’Oscar.
Che novità.

8/10

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